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Da Faulkner a Onetti: Uno studio comparativo dei cronotopi letterari fra Yoknapatawpha e Santa María

Erminio Corti     
      
INTRODUZIONE
    
“Requiem por Faulkner (Padre y maestro mágico)”,1 così Juan Carlos Onetti intitolò un articolo scritto il 6 luglio 1962 per commemorare la scomparsa – avvenuta quel giorno stesso – del geniale creatore della cosiddetta “saga di Yoknapatawpha”,2 un articolo determinante per la successiva lettura critica dell’opera prodotta dall’autore uruguayano in oltre cinquant’anni di attività artistica. Non è un caso che la raccolta degli scritti giornalistici più significativi di Onetti sia stata intitolata Requiem por Faulkner, a sottolineare l’importanza che, nel 1974, agli occhi dello stesso “humilde necrólogo a pedido”,3 il testo aveva assunto in chiave interpretativa. E’ infatti a partire da questa affettuosa celebrazione che gli studiosi hanno iniziato a tracciare con insistenza un parallelo tra l’opera di Onetti e quella di Faulkner. Parallelo costruito su analisi poco approfondite che, in certo modo, ha contribuito ad alimentare equazioni semplicistiche o una reiterazione acritica di analogie poco significative, che hanno trasformato l’affinità artistica tra i due autori in una sorta di luogo comune. L’ammirazione incondizionata che Onetti manifesta a più riprese nei confronti del “padre y maestro mágico” è inequivocabile e proprio l’uso dei due sostantivi – padre e maestro – rivela la natura del legame che lo scrittore uruguayano instaura con l’opera e la persona di Faulkner. Da un lato vi è una profonda simpatia per la figura dell’autore reale che sconfina in un’ideale affinità epidermica dichiarata in termini di stima e affetto. “Nuestro amor por ese finado flaco y tieso”, scrive Onetti nel “Requiem”,4 mentre altrove afferma che “Faulkner sigue siendo una de mis adoraciones”5 o racconta del suo desiderio, mai realizzato, di incontrarlo personalmente, solo “para beber un vaso con él en Memphis”.6 Dall’altro, ed è forse questo che più interessa il lettore e lo studioso, vi è il riconoscimento dell’eccellenza artistica raggiunta dallo scrittore statunitense che genera “un sentimiento de admiración y de envidia mezclados” per “la riqueza, el dominio del inglés [que] equivalen a lo que buscó y obtuvo William Shakespeare”.7
Su questo punto Onetti è chiaro: “Lo que me emporta de Faulkner es su estilo, ese afán de decirlo todo, aunque sea imposible”. Ciò che il creatore della saga di Santa María ammira in Faulkner è la sua capacità di generare un’opera letteraria in grado di rivaleggiare con la realtà, la caparbietà quasi maniacale con cui aspira a dare vita a un universo narrativo verosimile che, nella dimensione finzionale di Yoknapatawpha County, si propone di contenere – e veicolare al lettore – la complessità dell’esistenza dei singoli esseri umani e del loro mondo.
La consapevolezza di questo magistero artistico è vissuta da Onetti in un modo viscerale, che sfiora i limiti della paralisi creativa di fronte alla straordinaria forza evocativa della scrittura di Faulkner: “Después de eso [la lettura/rilettura delle prime pagine di Absalom, Absalom!] yo no podía escribir”,8 o ancora “Yo he leído páginas de Faulkner que me han dado la sensación de que es inútil seguir escribiendo. ¿Para qué corno? Si él ya hizo todo. Es tan magnífico, tan perfecto…”.9 Una conferma di tale latente ‘angoscia dell’influenza’ si ritrova in una dichiarazione dell’autore che, con grande lucidità, riconosce i rischi impliciti nella sua manifesta ammirazione per l’opera e la figura di uno dei mostri sacri della narrativa del XX secolo (il conferimento del premio Nobel nel 1949 dette inizio al successo editoriale di Faulkner rendendolo un autore relativamente popolare), a prescindere dalla infondatezza delle illazioni: “Mucha gente dice que mi obra es un empecinado plagio de Faulkner”.10 Questa affermazione costituisce la seconda polarità, speculare e inversa rispetto alla proclamazione dell’eccellenza dell’autore della saga di Yoknapatawpha, entro cui oscilla il rapporto di filiazione tra Onetti e Faulkner. Si tratta di un punto nodale che non può essere ignorato, poiché, nell’ambito della valutazione di tale rapporto, fissa il limite estremo entro cui ricondurre la dialettica dell’influenza. L’uso del termine ‘filiazione’, benché suggerito da un’espressione a cui lo stesso Onetti ricorre per definire l’importanza della figura artistica di Faulkner (il “padre e maestro”), rischia di avallare indirettamente i sospetti di scarsa originalità dell’autore uruguayano e di apparire quindi fuorviante. Per ridimensionare o, meglio, correggere questa possibile lettura che assimilerebbe l’influenza al plagio, è utile richiamare un’osservazione di Oscar Wilde citata da Harold Bloom: “L’influenza non è altro che un trasferimento di personalità, un modo di dare ad altri quanto vi è di più prezioso per il proprio io”. 11 Questa riflessione, che in verità si riferisce non tanto alla paura di essere influenzati quanto a quella di influenzare, può infatti essere letta anche come una manifestazione del timore che il discepolo prova riconoscendosi artisticamente nel maestro, cioè cercando e trovando nel maestro qualcosa che in realtà già esiste in lui (si tratta, come ricorda Borges, di una prerogativa dei grandi scrittori, i quali si creano i propri precursori).12

1. Originariamente pubblicato sul settimanale Marcha del 13 luglio 1962, ora raccolto in Juan Carlos Onetti, Requiem por Faulkner y otros artículos, Calicanto, Buenos Aires, 1976 [Arca, Montevideo, 1975], pp. 164-67. A questo primo necrologio fece seguito un secondo, ancora più breve, intitolato semplicemente “William Faulkner”, che apparve sul periodico Acción del 15 luglio 1962; anche questo intervento è raccolto in Requiem por Faulkner y otros artículos, cit., pp. 168-9.
2. Faulkner si riferì sempre al cosmo finzionale di Yoknapatawpha definendolo “my apocryphal county”. Il termine “saga", usato in alternativa all’aggettivo “mythical”, fu invece adottato da Malcolm Cowley nella sua introduzione a The Portable Faulkner, pubblicato da Viking Press nel 1946. A tale proposito si veda Malcolm Cowley, The Faulkner-Cowley File: Letters and Memoirs, 1944-1962, Viking Press, New York, 1966, in particolare le pp. 65-9.
3. Juan Carlos Onetti, “Requiem por Faulkner”, in Requiem por Faulkner y otros artículos, cit., p. 168.
4. Ivi, p. 165.
5. Ramón Chao, Un posible Onetti, Ronsel, Barcelona, 1994, p. 158.
6. Ivi, p. 69.
7. Ivi, p. 68. La stessa frase era già comparsa nell’articolo di Onetti, “Requiem por Faulkner” (in Requiem por Faulkner y otros artículos, cit., p. 166: “La riqueza, el dominio del inglés de William Faulkner equivalen a lo que buscó y obtuvo William Shakespeare”). Questa constatazione, unitamente ad altri indizi, deve spingere il critico a usare una certa cautela per quanto riguarda possibili interpolazioni introdotte da Ramón Chao nel suo libro-intervista, la cui “estructura novelesca” viene peraltro esplicitamente segnalata nella nota di presentazione che appare in copertina.
8. Ibidem.
9. Da un’intervista con Eduardo Galeano, “El borde de plata de la nube negra”, in Rómulo Cosse, a cura di, Juan Carlos Onetti, papeles críticos. Medio siglo de escritura, Linardi y Risso, Montevideo, 1989, p. 233.
10. Ramón Chao, Un posible Onetti, cit., p. 69.
11. Harold Bloom, The Anxiety of Influence, Oxford University Press, New York, 1973. L’angoscia dell’influenza, Feltrinelli, Milano, tr. it. di Mario Diacono, 1983, p. 14.
12. Jorge Luis Borges, Otras inquisiciones [1952], in Obras completas, Emecé, Barcelona, 1989, vol. 2, p. 56.




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